IMMAGINATE DI TROVARVI NEL 1920: NOI ERAVAMO LÌ.
Il ritmo della città era sull’orlo della frenesia, prosperava in un crescente delirio di ricchezza. Le feste erano più fragorose, gli spettacoli più eclatanti, gli edifici più alti, la morale più licenziosa e il proibizionismo aveva prodotto l’effetto contrario, riducendo il costo degli alcolici.
In quel mirabolante caotico loco di perdizione, in uno di quei fumosi pub, tra le volute di fumo dei sigari degli uomini di potere, al di là dei tavoli ove banchettavano soldi ed altri loschi vizi, c’era un piccolo palco: lì noi Deneràda suonavamo tutti i venerdì sera, testimoni di quella fragorosa malavita che, incurante dei nostri occhi e strumenti musicali, sfacciatamente si beffeggiava della sorte.
Eh si, sembrerà assurdo, ma Francesca è nata il 19 ottobre 1897, Lorenzo il 28 aprile 1900, Andrea il 19 aprile 1900, Giovanni il 1 luglio 1895, Andrea Roberto è nato il 1 gennaio 1893, Riccardo è nato il 20 Gennaio 1898, Sara è nata il 10 novembre 1902, Dario il 16 maggio 1900.
VI CHIEDERETE: COME FATE AD ESSERE ANCORA VIVI, E SOPRATTUTTO COSÌ GIOVANI?
Beh, ecco cosa successe uno di quei venerdì nella primavera del 1922.
Era venerdì 18 Aprile 1922. Appena finito di suonare al Cotton Jazz Club, decidemmo di andare ad una grande festa; poco fuori città si ergeva un’enorme villa di un certo Gatsby, non sapevamo chi fosse, solo che sfrenati divertimenti ammiccavano da oltre le mura di quel colossale castello, e che tutti si fiondavano alle feste di Gatsby da ogni parte della città e di ogni ceto sociale, un carnevale caleidoscopico che si riversava ogni fine settimana in quelle mura: stelle del cinema, esponenti politici, gangster, governatori, liceali disertori, registi di Broadway.
Così tutti e 8 stipati sul nostro Flivver rosso di seconda mano col paraurti graffiato e un fanalino rotto, curiosi, leggeri e pieni di vita, ci dirigemmo alla festa, e mai avremmo potuto prevedere cosa sarebbe avvenuto di lì a poco.
Per raggiungerla attraversammo un agglomerato industriale, la discarica: un paesaggio grottesco dove le scorie del carbone bruciato che fornivano energia all’impetuosa crescita della città, venivano scaricate lungo il fiume poco distante da lì, da uomini che nel pulviscolo apparivano offuscati e precocemente sfibrati.
A volte la vita crea una serie di circostanze incrociate e incontrollabili che determina l’avvenire delle cose, bello o brutto che sia:
poco prima di partire, Andrea decise di portare il contrabbasso a casa, e si trattenne un paio di minuti per salutare la sorella che era appena rientrata da lavoro.
Fatto questo, pronti per andare alla festa, Lorenzo esclamò di soprassalto di aver dimenticato di fare benzina perché quella mattina aveva sostenuto un esame universitario a cui era arrivato in ritardo.
Arrivati dal benzinaio, ci trattenemmo ancora un po’ perché Giovanni incontrò un suo vecchio alunno di musica e si fermò a scambiare con lui quattro chiacchiere.
Se anche solo una di queste cose fosse andata diversamente, se la sorella di Andrea quella sera avesse tardato, o se Lorenzo fosse arrivato puntuale all’università, o se solo il vecchio alunno di Giovanni avesse fatto benzina nel pomeriggio, tutto sarebbe andato diversamente, e noi non avremmo incrociato un’altra macchina che in quel preciso istante si fiondò su di noi in senso opposto, e che ci portò a sterzare bruscamente, cadendo nel fiume. E in quel momento il fato compì il suo corso.
Ma, per ironia della sorte, il caso volle che quel fiume fosse ancora particolarmente gelato in quella stagione. Il fiume era stato dichiarato inaccessibile, sia per gli scarichi di carbone, sia perché pericoloso in quanto, data la profondità, sul fondale si generavano vortici d’acqua.
Perdemmo i sensi poco prima che la nostra macchina toccasse il fondale, lì quella insolita combinazione di vortici, scorie industriali e gelo provocò un naturale processo di ibernazione, che bloccò il nostro metabolismo e mantenne le funzioni vitali: in quel momento, la morte tornò sui suoi passi.
Data la pericolosità di quelle acque, non vennero effettuate ricerche di salvataggio e vennero celebrate le nostre esequie, dato per certo che non potessimo essere ancora vivi. Il pontile venne colmato di fiori, e fummo ricordati come la band maledetta.
Passarono gli anni, la gente cominciò a dimenticarsi di noi, e ormai dopo quasi un secolo il tempo rubò i nostri cari, e la speranza per noi iniziava ad affievolirsi, mentre noi inconsapevoli e dimenticati giacevamo ancora su quel fondale, inconsci e dormienti, in attesa di una gentile primavera che si ricordasse di noi e ci ridestasse da quel surreale letargo.
Ma poi, il fato si rivolse ancora benevolo a noi.
Il 17 giugno 2017, un umile pescatore decise di recarsi all’alba su quelle stesse acque, per dedicarsi alla sua attività prediletta: la pesca, e rilassarsi sul fiume cullato dal suono delle cicale, nell’attesa che un pesce prelibato abboccasse, mentre l’alba di un nuovo giorno timida si sporgeva da ciò che ormai rimaneva della casa senz’anima di Gatsby. Quella mattina il sole vegliava su quelle acque come gli occhi meditabondi di Dio, testimoni di un miracolo che da lì a poco avrebbe cambiato il nostro destino.
Quell’amo, come guidato dalla mano del fato, si incagliò sulla ruota del nostro Flivver.
Chiamati i soccorsi, la nostra macchina venne riportata alla luce, come un vecchio reperto dell’antica Grecia riaffiora dai fondali marini, sommerso da storia e detriti e anelante a essere scoperto e rivissuto.
Riaprimmo gli occhi in un mondo nuovo, come catapultati da una macchina del tempo in un futuro che non ci apparteneva, sradicati da un’epoca che avevamo assorbito, proiettati in un avvenire tutto da scoprire.
Dopo aver conosciuto tradizioni, usi e costumi che caratterizzano questo nuovo millennio, e dopo aver ascoltato tutta la musica che ci siamo persi dal 1922, abbiamo deciso di riproporla a modo nostro, nell’ineguagliabile stile (che oggi voi definite vintage, o retrò) che quel favoloso ruggente periodo ci ha impresso nell’anima, con l’obiettivo di riportare sui palchi di Torino i veri anni ’20, a ritmo di swing e charleston.
Però una cosa è certa: per un po’ non andremo più alle grandi feste…in macchina!
